Frutto della contaminazione tra dominanti e dominati, oppressi e oppressori, una lingua è il risultato di un processo in continua evoluzione, che segue le leggi della storia e dei popoli che la tramandano. Oggi, otto miliardi di persone parlano grosso modo settemila lingue, ma quelle più diffuse appartengono a cinque famiglie soltanto. Tra queste, l’indoeuropea è la più grande mai apparsa sulla Terra: ne fanno parte, fra le altre, molte delle lingue di India, Pakistan, Afghanistan e Iran; le lingue slave e quelle celtiche; l’inglese, il greco, l’armeno e l’albanese; la sterminata discendenza del latino, italiano compreso. Ma cosa lega culture e Paesi così diversi? Per rispondere a questa domanda, Laura Spinney si mette sulle tracce del loro antenato comune, il protoindoeuropeo, realizzando un’indagine che attraverso gli strumenti dell’archeologia, della linguistica e della genetica la porterà dal mar Nero all’Hindu Kush, dall’Età del bronzo al Terzo millennio. Lungi dall’essere relegata nella preistoria, la grandiosa epopea narrata in questo libro è più attuale che mai: oggi come seimila anni fa conflitti, commerci e cambiamento climatico continuano a mettere in movimento le persone, e la difesa contro presunte «invasioni» passa anche dal linguaggio, divenuto campo di battaglia e simbolo identitario. Ma se vedere mutare il proprio mondo può far paura, chi pensa che alzare barriere sia la soluzione dovrebbe ricordare che la lingua di maggior successo che la storia abbia mai conosciuto era un ibrido portato da migranti. Che il destino delle lingue è cambiare. E quello dei muri, fisici o linguistici che siano, è crollare.