Giorgio Bocca: Il giudice per nemico

20 Giugno 2002
Con lo sciopero dei magistrati arriva a un atto finale, o comunque a una resa dei conti, la lunga prova di forza fra il presidente del governo Berlusconi e la magistratura. Se dovessimo guardarla con ottica storica, dovremmo dire che in parte è dipesa da casi personali e in parte dalla rivincita mondiale del mercato che non tollera controlli, fastidiosissimo quello della giustizia che contempla anche dei soggiorni nelle patrie galere. Fin che i casi personali non emersero con le indagini sulle aziende del Cavaliere egli rimase alla finestra, lo sentimmo dire una sera che Di Pietro gli era simpatico e che avrebbe collaborato.
Poi le guardie di finanza e gli ufficiali giudiziari varcarono le porte di via Paleocapa e di Milano due e, fu lotta ad oltranza. Le ragioni per cui Berlusconi ha visto nella magistratura una sua nemica, la sua vera nemica, stanno nella sua concezione del mondo, raccontata nelle sue biografie: uno che si considera il salvatore della patria non può ammettere che esista qualcuno in grado di giudicarlo, di criticarlo e meno che mai di punirlo. E sono proprio i fondamentali del suo successo, la totale fiducia in se stesso, la certezza di poter superare ogni ostacolo, la tenacia che hanno tolto a questo scontro ogni civile via di uscita.
Lo scontro è stato da subito impostato sul vittimismo e sul complotto, cioè sul rifiuto degli imprenditori di grande successo di essere come gli altri sottoposti alle leggi. L´idea del complotto e la campagna diffamatoria che ne seguì non era solo inverosimile, ma ridicola. Ma Berlusconi sa molto bene che nell´informazione di massa non c´è nulla di indiscutibile, che tutto può essere manipolato, sezionato, giocato nella partita degli specchi di cui è uno specialista. Un complotto della magistratura? Ma se fu tirata per i capelli a occuparsi di una corruzione che durava da anni, stava portando lo Stato alla bancarotta e di politico aveva solo il fatto che parecchi vi avevano giocato le due parti, del ladro e del politico. Non c´era nessun complotto comunista, le malversazioni erano a fini di lucro e i magistrati del pool come Borrelli, Davigo, Di Pietro erano dei borghesi di tendenza liberale quando non di destra. Nella vicenda di Mani Pulite va segnalata semmai l´impoliticità dei giudici che tiravano diritti dietro la obbligatorietà dell´azione penale senza preoccuparsi delle reazioni dei grandi poteri.
Nella lotta contro la magistratura il maestro della comunicazione globale che è Berlusconi ha intuito le realtà oscure ma profonde della pubblica opinione, il suo tradizionale sospetto per i rigorismi protestanti e giacobini e la ancora più tradizionale attrazione verso le tolleranze e le assoluzioni di tipo clericale. Come si è capito dall´attenzione favorevole all´imputato Giulio Andreotti nel lungo processo in cui, quali che fossero le prove e gli indizi, era riconosciuto come un simbolo delle indulgenze da sempre concesse al potere. Alla diffamazione sistematica della magistratura, che in pochi anni ha fatto calare l´appoggio e la stima dalla pubblica opinione dall´ottanta al quaranta per cento, hanno alacremente e positivamente lavorato per le loro parcelle gli ottanta fra principi del foro, esperti e consulenti che Silvio ha assoldato secondo la tradizione imprenditoriale che con dei buoni avvocati in qualche modo la vinci sempre.
Giunto al governo Berlusconi ha capito che non era più il caso di dirigere personalmente l´offensiva ma che secondo il principio di governo di affidare ad altri le parti più sgradevoli, era il momento di affidarla a uno della Lega, l´ingegnere varesotto Roberto Castelli che anche nei modi di vestire rivela un conservatorismo dai ferrei pregiudizi. E si è passati dalle accuse politiche al progressivo smantellamento delle autonomie e delle garanzie della giustizia. Non mancando né i mezzi né le persone, è stato mandato in campo anche un revisionismo storico che ha attaccato quel principio di rivoluzione democratica che fu la Resistenza. Che occorreva ancora? Occorreva l´intervento della «palude», cioè di quella parte della magistratura che non vuole grane con chi sta al potere e che è disponibile alle assoluzioni per insufficienza di prove. La storia dello scontro che sta portando allo storico sciopero della Magistratura è così riassumibile: dovunque la rivincita del mercato tende a sottomettere la magistratura all´esecutivo e da noi si è innestata la personale idiosincrasia di Berlusconi verso ogni controllo. Nel dibattito parlamentare il senatore a vita ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, così deflagrante in ogni direzione che non si capisce più chi sia e con chi ce l´abbia, ha parlato dello sciopero come di un atto di eversione «cui purtroppo né noi né il governo abbiamo finora voluto e saputo reagire». Gli ha risposto un altro ex presidente Oscar Luigi Scalfaro: «Prima di dire eversivo uno sciopero io ci penserei qualche volta. Non posso accettare che oggi si siano messi sul banco degli imputati una serie di magistrati. Avverto un forte disagio in un momento così delicato della vita nazionale».
La storia si ripete con accenti diversi: nei giorni delle leggi fasciste l´accento fu drammatico, in questi la sparata di Cossiga li ha volti al grottesco.
Giorgio Bocca: Il giudice per nemico

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