Giorgio Bocca: È morto Valpreda il mostro di Stato
08 Luglio 2002
"E´ lui" titolarono i giornali, lui il mostro, il
ballerino anarchico che aveva messo la bomba nella banca dell´Agricoltura di
Piazza Fontana il 12 dicembre del 1969, uccidendo sedici innocenti, Pietro
Valpreda. E´ morto anche lui il Pietro a trentatré anni di distanza e io
sfoglio il suo "Diario dalla galera" che mi dedicò nel ´74: "A
Giorgio e... grazie". In questi anni l´ho visto poche volte, passavo
davanti al suo bar in corso Garibaldi. Lo intravedevo, ma tiravo dritto non ce
la facevo a farmi riprendere dall´incubo di piazza Fontana, da quella strage
che ha cambiato la vita di generazioni, dal mostruoso groviglio di menzogne, di
false piste, di fantasmi, di ombre da cui fummo sommersi per mesi e che non
abbiamo dimenticato.
Ci sono eventi che hanno il potere di rivelare l´orrore e la fragilità del vivere in cui tutti danno il peggio di sé come trascinati da una irresistibile voglia di lordarsi, di farsi del male a vicenda. I giorni di piazza Fontana sono stati di quelli che dopo ti sembrano impossibili: uno scatenamento generale di sospetti malvagi, di caccia all´uomo, di pubbliche autorità che mentono e congiurano senza sapere bene il perché. Forse perché nell´aria c´è quell´invito pressante, da monatti ad accusare qualcuno, a trovare un capro espiatorio e anche la gente comune non ragiona più, la gente che stava per linciarlo vicino al Palazzo di Giustizia quando gli sequestrarono l´automobile e come lui fece per aprirla poliziotti e curiosi fecero un balzo indietro: era l´auto del mostro, poteva farla esplodere.
Storie infami: il taxista Rolandi ammalato grave con pochi mesi di vita che viene convinto a testimoniare "a futura memoria" che il mostro è proprio lui, il poveraccio della casa di ringhiera, uno che campa vendendo collanine e lampadari fatti con vetrini colorati, il ballerino che non può più ballare per un male alla gamba. Le prove false messe dalla polizia nelle sue tasche, trentotto giorni in cella d´isolamento, la lampadina accesa giorno e notte, gli interrogatori senza fine. "Come si può restare lucidi quando si è inchiodati su una sedia, mitragliati di domande che ti vengono rivolte da chi non ti crede e dubita di tutto ciò che dici"?
Povero Valpreda, il male di vivere per lui era cominciato molto prima di piazza Fontana. "Certo io so di non meritare la galera e l´ingiustizia mi brucia nel sangue: ma a volte mi vien di pensare che la galera non è altro che una edizione peggiorata della nostra vita. Di giorno e soprattutto alla sera la nostalgia delle persone care, l´ansia della libertà si fanno deliranti e urla disperate straziano il silenzio. Ma ora a mente fredda non posso far a meno di pensare che la galera comincia quando si nasce".
L´incubo di piazza Fontana non si è mai dissolto per noi cronisti figuriamoci per lui: processato, assolto ma mai completamente uscito da quell´ombra. Il popolo della sinistra ne aveva fatto un simbolo di lotta politica, ma non lo amava, funzionava ancora in molti quel riflesso condizionato che per più di un anno gli aveva impedito di trovare un alloggio a Milano. Lui diceva quel suo nome, Pietro Valpreda e la gente si tirava indietro, trovava una scusa. I mesi dei sospetti e della galera non poteva certo dimenticarli, gli era rimasto addosso un astio verso tutti, ricordo una sera al circolo De Amicis che venne fuori con un fiotto di ira e di amarezza che coinvolgeva anche noi che avevamo cercato di dargli una mano. Ma come non capirlo? "Voi - scrive nel diario - siete nelle vostre case davanti alla televisione che parla di me, voi discutete, cercate di capire, ma io sono qui e un poliziotto mi si avvicina e dice: "Abbiamo trovato il codice". Lo guardo inebetito: "Quale codice?". "Nel taccuino magnetico dell´ auto". "Il codice magnetico?" dico sbalordito. "Eh è tutto chiaro, è lo stesso gergo dei terroristi altoatesini"". E poi i riconoscimenti preparati per incastrarlo: "Quattro signori, pressappoco della mia statura, ma tutti lindi e ordinati, il loro bel cappottino alla moda, la cravatta ben annodata. Sembrano pronti ad andare a una festa. Quale festa? La mia". E attorno al poveraccio della casa di ringhiera, attorno a noi travolti, intossicati dalle notizie false, attorno alla maggioranza silenziosa e in cerca del suo demonio sovversivo, attorno ai prefetti e questori pronti a cancellare le prove e a imbastire piste false, il vuoto totale di un ragionevole cui prodest, il non sapere perché fosse avvenuta una strage e si desse una caccia folle a un poveraccio.
Perché? Perché? Perché l´apparato poliziesco della Nato doveva spostare a destra il nostro governo? Perché Rumor doveva aver la meglio su Moro? Perché gli apparati polizieschi si devono autogiustificare diffondendo false minacce e coltivando il mito del potere segreto che tutto può fare e mai essere punito? Le trame nere organizzate contro le trame rosse dell´Unione Sovietica hanno avuto un unico effetto: di farci vivere nello stesso incubo poliziesco.
E Pietro Valpreda pagò più degli altri.
Ci sono eventi che hanno il potere di rivelare l´orrore e la fragilità del vivere in cui tutti danno il peggio di sé come trascinati da una irresistibile voglia di lordarsi, di farsi del male a vicenda. I giorni di piazza Fontana sono stati di quelli che dopo ti sembrano impossibili: uno scatenamento generale di sospetti malvagi, di caccia all´uomo, di pubbliche autorità che mentono e congiurano senza sapere bene il perché. Forse perché nell´aria c´è quell´invito pressante, da monatti ad accusare qualcuno, a trovare un capro espiatorio e anche la gente comune non ragiona più, la gente che stava per linciarlo vicino al Palazzo di Giustizia quando gli sequestrarono l´automobile e come lui fece per aprirla poliziotti e curiosi fecero un balzo indietro: era l´auto del mostro, poteva farla esplodere.
Storie infami: il taxista Rolandi ammalato grave con pochi mesi di vita che viene convinto a testimoniare "a futura memoria" che il mostro è proprio lui, il poveraccio della casa di ringhiera, uno che campa vendendo collanine e lampadari fatti con vetrini colorati, il ballerino che non può più ballare per un male alla gamba. Le prove false messe dalla polizia nelle sue tasche, trentotto giorni in cella d´isolamento, la lampadina accesa giorno e notte, gli interrogatori senza fine. "Come si può restare lucidi quando si è inchiodati su una sedia, mitragliati di domande che ti vengono rivolte da chi non ti crede e dubita di tutto ciò che dici"?
Povero Valpreda, il male di vivere per lui era cominciato molto prima di piazza Fontana. "Certo io so di non meritare la galera e l´ingiustizia mi brucia nel sangue: ma a volte mi vien di pensare che la galera non è altro che una edizione peggiorata della nostra vita. Di giorno e soprattutto alla sera la nostalgia delle persone care, l´ansia della libertà si fanno deliranti e urla disperate straziano il silenzio. Ma ora a mente fredda non posso far a meno di pensare che la galera comincia quando si nasce".
L´incubo di piazza Fontana non si è mai dissolto per noi cronisti figuriamoci per lui: processato, assolto ma mai completamente uscito da quell´ombra. Il popolo della sinistra ne aveva fatto un simbolo di lotta politica, ma non lo amava, funzionava ancora in molti quel riflesso condizionato che per più di un anno gli aveva impedito di trovare un alloggio a Milano. Lui diceva quel suo nome, Pietro Valpreda e la gente si tirava indietro, trovava una scusa. I mesi dei sospetti e della galera non poteva certo dimenticarli, gli era rimasto addosso un astio verso tutti, ricordo una sera al circolo De Amicis che venne fuori con un fiotto di ira e di amarezza che coinvolgeva anche noi che avevamo cercato di dargli una mano. Ma come non capirlo? "Voi - scrive nel diario - siete nelle vostre case davanti alla televisione che parla di me, voi discutete, cercate di capire, ma io sono qui e un poliziotto mi si avvicina e dice: "Abbiamo trovato il codice". Lo guardo inebetito: "Quale codice?". "Nel taccuino magnetico dell´ auto". "Il codice magnetico?" dico sbalordito. "Eh è tutto chiaro, è lo stesso gergo dei terroristi altoatesini"". E poi i riconoscimenti preparati per incastrarlo: "Quattro signori, pressappoco della mia statura, ma tutti lindi e ordinati, il loro bel cappottino alla moda, la cravatta ben annodata. Sembrano pronti ad andare a una festa. Quale festa? La mia". E attorno al poveraccio della casa di ringhiera, attorno a noi travolti, intossicati dalle notizie false, attorno alla maggioranza silenziosa e in cerca del suo demonio sovversivo, attorno ai prefetti e questori pronti a cancellare le prove e a imbastire piste false, il vuoto totale di un ragionevole cui prodest, il non sapere perché fosse avvenuta una strage e si desse una caccia folle a un poveraccio.
Perché? Perché? Perché l´apparato poliziesco della Nato doveva spostare a destra il nostro governo? Perché Rumor doveva aver la meglio su Moro? Perché gli apparati polizieschi si devono autogiustificare diffondendo false minacce e coltivando il mito del potere segreto che tutto può fare e mai essere punito? Le trame nere organizzate contro le trame rosse dell´Unione Sovietica hanno avuto un unico effetto: di farci vivere nello stesso incubo poliziesco.
E Pietro Valpreda pagò più degli altri.