Il romanzo al tempo della guerra

30 Luglio 2002
L´11 settembre è stato, anche, un problema di parole: sarà un caso che per descrivere quello che avvenne a New York quel giorno si utilizzino, ancora, soltanto i numeri che indicano la data? L´11 settembre è stato, anche, l´alfa e l´omega delle narrazioni: tutti si sono affrettati ad affermarlo, ricordando in quali film e libri l´America avesse da anni esorcizzato la Grande Paura di un Qualcosa che viene da fuori, di un alieno che cade dal cielo portando morte come in una centuria di Nostradamus, di bandiere a stelle e strisce travolte da polvere e detriti. E la narrazione dell´11 settembre continua ancora: perché con frequenza appena affievolita le televisioni del pianeta rimandano, montata in mille modi e con mille diversi commenti musicali, la sequenza delle Torri gemelle che vengono colpite, che bruciano, che crollano. Come se vederle e rivederle potesse far sì che a prevalere sia infine la loro natura di immagini, purificate da ogni aggancio con il reale. Come se potessero, insomma, tornare ad essere nient´altro che un terribile film: fatte della stessa sostanza di cui son fatti i sogni della fiction.
Così, coloro che con le parole e con le immagini lavorano, si sono riuniti per chiedersi cosa significhi fare gli scrittori, dopo l´attentato alle Torri. Scrivere sul fronte occidentale era il titolo di un convegno che si svolse a Milano il 24 novembre 2001. Lo avevano voluto e convocato Antonio Moresco e Dario Voltolini. Hanno risposto in molti, da Carla Benedetti a Marco Drago, da Giuseppe Genna a Raul Montanari, Giulio Mozzi, Piersandro Pallavicini, Tiziano Scarpa, Mauro Covacich e altri ancora. Gli atti sono usciti per Feltrinelli con lo stesso titolo (Scrivere sul fronte occidentale, pagg. 251, euro 13, 50) e sono stati ferocemente contestati. Alias, supplemento culturale de Il Manifesto, ha rivolto ai partecipanti due accuse di segno contrario: una chiusura ombelicale nei confronti del mondo secondo Enzo Di Mauro, un delirio guerrafondaio post-post dannunziano secondo Andrea Cortellessa. Il Foglio ha tacciato i convenuti di provincialismo, Il Sole 24 ore ha sbeffeggiato Tiziano Scarpa per la sua ostilità all´anglofonia con un corsivo dal titolo "Scarpa e moschetto". E così via.
Eppure Scrivere sul fronte occidentale è una lettura importante, che restituisce compattezza (nella diversità) ad una generazione di scrittori giovani non tanto anagraficamente ma editorialmente, e che forse è stata penalizzata proprio dal suo essersi iper-rappresentata, mentre la sua parte più vitale e interessante è qui, fuori dal cono di luce delle dichiarazioni ad effetto. Libro e convegno, attenzione, non hanno le sembianze di manifesto intellettuale: non nel senso, almeno, di delineare soluzioni e interpretazioni univoche. Evidenziano, però, le problematiche comuni: prima fra tutte, quella del rapporto con il reale. E se Dario Voltolini si interroga sulla perdita di peso e di significato delle parole, se Antonio Moresco indirizza tutta la sua indignazione contro "lo schema simbolico totalizzante del reale e del virtuale, dominante nella lettura culturale di questi anni", Carla Benedetti precisa che l´11 settembre ha affidato la narrazione ad altri: ai giornalisti, per cominciare, ma anche ai politici, agli economisti, ai sociologi che "si sono appropriati dell´Evento, lo hanno contemplato come dal futuro, rendendolo già passato" e che per questo non sono sfuggiti alla retorica. Diversi interventi vanno in questa direzione: Tiziano Scarpa sostiene, per esempio, che molti eventi del 2001, dall´omicidio di Novi Ligure al G8 di Genova, per finire con gli aerei scagliati contro le Torri, rappresentano una critica della finzione, sia essa sociale, politica, globale. Ancora: Giuseppe Genna esalta il ruolo degli scrittori "eretici" contro la nuova fiction della saggistica, Giulio Mozzi ribadisce che la letteratura "serve a parlare della verità", Piersandro Pallavicini invoca romanzi "lunghi" che mettano in campo storia, scienza, etica, in un´organizzazione superiore di materiali complessi, Marosia Castaldi celebra la scrittura come racconto del caos.
Il più diretto, e il più preoccupato, sembra Marco Drago: certo del fatto che a nessuno dei potenti del mondo interessi davvero quel che ha da dire uno scrittore sulla guerra (Oriana Fallaci? Un caso mediatico. Don DeLillo? Noioso). E intimorito da una probabile e strisciante costrizione ad abbandonare il romanzo dell´individuo: "Lo scrittore che vive sotto dittatura o sotto il terrore per ricevere attenzione non può occuparsi di cose come il matrimonio, il divorzio, la crisi di mezza età, la morte del padre. Se lo fa, lo fa in romanzi in cui la cornice è la situazione storica del suo paese. Lo dice André Brink in una recente intervista rilasciata a Pulp. Brink è sudafricano e dice che è contento che non ci sia più l´apartheid così può scrivere i romanzi come piace a lui e cioè con meno attenzione al sociale e più attenzione ai ghirigori del suo cervello. Dice che adesso si sente davvero uno scrittore. Prima, per essere letto e premiato, doveva sempre fare l´impegnato. Povero Brink. E poveri noi adesso".

Loredana Lipperini

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