Giorgio Bocca: Il ritorno allo stato dei privilegi
17 Agosto 2002
E’ in corso l’attacco alla Costituzione. Prima al Quirinale, con l’autocandidatura di Berlusconi a una presidenza presidenzialista; poi al codice penale con la richiesta di immunità per i parlamentari, ora con la legge del legittimo sospetto. Abbiamo impiegato i tormentati decenni dell’Italia unita per riformare prima e superare poi i privilegi aristocratici; abbiamo seppellito con il fascismo le leggi speciali della dittatura e poi nella Prima Repubblica i privilegi del censo arrivando con Tangentopoli a una giustizia eguale per tutti, anche se di breve durata. E oggi, con la modernizzazione berlusconiana, con il riformismo opportunistico della Casa delle libertà, torniamo di colpo indietro allo Statuto, alle restaurazioni sabaude e - se si sta alla indifferenza e alla diffamazione della legge - a Licurgo, a Mosè, a Hammurabi, a una anarchia del mercato precedente i comuni e le loro corporazioni. Stiamo uccidendo la legge, che è l’unica difesa dagli egoismi e dalle follie dello sviluppo senza freno, senza controllo. In prospettiva, l’unico rimedio è quello della svolta autoritaria: la prospettiva del Mussolini sovvertitore dello Stato che ne diventa il difensore. Pochi sembrano rendersi conto che l’attacco alla magistratura, che parte da interessi personali o di gruppo, non può che allargarsi all’intera società e modificarla profondamente. Si parte dagli interessi personali e di gruppo del leader politico, la difesa delle sue televisioni, dei suoi giornali, della sua finanza e del modo in cui le ha costruite e poi si arriva alla resa dei conti con i complici o con i clienti, bisogna pagare il consenso dei molti che sono saltati sulla carrozza del Polo. Pagarlo non solo politicamente, con la vicepresidenza del Consiglio all’onorevole Fini, non solo con canali televisivi, ministeri e devoluzioni alla Lega, ma anche con affari illeciti e denaro corrente agli affaristi che stanno salvando l’Italia dal comunismo ma divorando l’ambiente con le speculazioni, gli abusivismi, l’appropriazione dei beni pubblici e con la giustificazione del tipo craxiano "così fan tutti", così hanno fatto anche i governi che ci hanno preceduto con cui si può risalire fino ad Adamo ed Eva. E allora bisogna coprire, nascondere le complicità con la malavita organizzata, per esempio le grandi manovre già in corso in Sicilia per spartire i finanziamenti europei o quelli per le grandi opere, far finta di non sapere che è già in corso da parte della mafia e degli amici degli amici l’acquisto dei terreni su cui verranno eretti i piloni del superponte sullo Stretto di Messina, o la concessione di appalti fuori di ogni controllo alle aziende amiche. Ma anche le malversazioni e gli scandali minori come quello dell’Inail o della cocaina al ministero delle Finanze di cui la stampa di regime non si occupa tutta impegnata a frugare nei finanziamenti dei sindacati. Ma siccome questa impunità di fatto, questa anarchia di fatto non può durare se non a rischio di affossare l’intera economia, che si potrà fare? Non ricorrere come negli Stati Uniti alla macchina repressiva e preventiva della giustizia ma non della nostra di cui ogni giorno si denunciano la faziosità e l’impotenza, e neppur si potrà contare su una rinascita morale ogni giorno smentita, schiacciata, ridicolizzata dai grandi cinici di corte. Non resterà che ricorrere alla disciplina poliziesca, cioè all’inevitabile autoritarismo poliziesco. La stampa moderata ma anche quella legata agli interessi è ancora viva, che non ci sono lager e confino per gli oppositori, e non vede, non vuole vedere che si stanno preparando i presupposti dell’autoritarismo, che i rimedi all’anarchia truffaldina alla fine saranno quelli del fascismo e non altri, li si chiami poi come si vuole. Ci sarà anche il rimedio di tutte le dittature: il silenzio, l’omertà sulle cose che non vanno. In questo il capo del governo è un maestro. C’è in Sicilia una grave siccità? In parte essa dipende dalla convivenza fra economia legale ed economia criminale? Questa convivenza ha consegnato alla maggioranza un successo elettorale bulgaro, sessantun collegi su sessantuno? Non resta che ignorarlo, il capo del governo si guarda bene dall’accorrere nella regione che lo ha plebiscitato, preferisce l’inaugurazione dei lavori di un viadotto sul Po dove l’acqua non manca e neppure le occasioni populistiche televisive del "presidente operaio" con l’elmetto di plastica e il sorriso di quelli "di passaggio". Un altro modo di totale impudenza per camuffare la voglia di impunità e di presentare le varie leggi salvaladri come riforme garantiste: ma di che vi lamentate voi giustizialisti, domani la legge del legittimo sospetto potrebbe servire anche a voi, come a dire prima diamo una mano ai ladri al di sotto di ogni sospetto e poi servirà anche agli onesti che passeranno dalla parte dei ladri. La stampa moderata e anche quella attesista criticano la faziosità degli oppositori che definiscono apocalittici. Ma venga una dittatura o si resti così a lenta cottura una cosa è certa: per riparare i danni di civiltà fatti da questa restaurazione affaristica e irresponsabile occorreranno tempi lunghi e fatiche immani.