Marco D'Eramo: L'arcadia metropolitana

28 Luglio 2003
S'impara spesso molto più da quel che non si vede che da quel che vediamo. Così, nelle città vecchie c'è qualcosa la cui assenza grida assordante: guardate il centro di Firenze, la Roma medievale e barocca, Venezia, la parte vecchia di Londra, le kasbah antiche del Marocco o di Algeri. Quello che non vedete sono gli alberi, è l'erba. Guardate il centro di Camerino, come qualunque altro borgo medievale, da Assisi a Spoleto, da San Gimignano a Volterra, a Siena: niente alberi, niente erba dentro le mura. Niente viali, niente giardinetti. E quest'assenza non colpiva affatto i loro cittadini, e anche oggi, dobbiamo fare mente locale per notarla. Vuol dire che fino al tardo Rinascimento (e, fuori dall'Inghilterra, fino al `700) alberi, prati e parchi erano del tutto fuori luogo in città. Né urbanista né storico dell'urbanistica, quel che posso offrirvi è il percorso della strana idea nata nel `700 di reintrodurre la natura in città sotto la forma dei viali, dei giardini, del prato.
A monte vi è una idea ancor più estranea al premoderno, è cioè che la natura sia benefica. Nelle altre civiltà, la natura era invocata quanto temuta: essa era sì bionda messe da mietere, ma anche siccità e carestia; era bucolico gregge, georgica mandria, ma anche pestilenza, epidemia.
Perché possa prendere forma un'idea taumaturgica della natura, perché nasca il desiderio di "proteggere la natura" e si faccia luce la curiosa idea di un "ritorno alla natura", è necessario innanzitutto che l'uomo abbia compiuto una rottura definitiva e irreversibile da essa. È un processo che si ripresenta in altri aspetti del moderno. Il selvaggio diventa "buono" quando l'Occidente lo stermina. Le prime società per la protezione dell'infanzia nascono quando i bambini piccoli sono mandati a lavorare in miniera e in fabbrica. Le prime società di protezione degli animali sorgono quando lo sfruttamento degli animali s'industrializza con i grandi mattatoi di Chicago e con l'uso intensivo dei cavalli da soma che nel 1910 erano ancora 68.000 a Chicago, 128.000 a New York. Nel 1880, per maltrattamenti e sfinimento morivano 15.000 cavalli l'anno nella sola New York. Anche l'amore per gli alberi e i boschi si manifesta intenso quando divampa la distruzione delle foreste.
È in atto insomma un doppio processo complementare di distruzione e sfruttamento da un lato, di idillizzazione dall'altro. Quanto più sfruttata, sventrata, avvelenata, la natura è integrata in un mondo umano, tanto più è sognata arcadica, idillica, illibata (la "natura vergine"). In questo processo si genera il mito dell'innocenza della natura, che corrisponde all'innocenza del bambino, e quindi all'idea del bambino come più vicino allo stato di natura. Siamo già a Jean-Jacques Rousseau, lo stato di natura e la nuova pedagogia, ma anche all'idea che gli africani sono bambini, e anche all'innocenza degli animali, e a Henry David Thoreau che verso il 1859 dice: "Nulla al mondo si erge più innocente di un pino".
D'altronde è facile sognare di natura in una metropoli ottocentesca, una Coketown, con le fabbriche vicine alle stazioni, e gli operai ammassati vicino alle fabbriche in slum sovraffollati, malventilati, senza cessi né acqua corrente, ammassati nel tanfo e nel lerciume della povertà. Il centro città è squarciato dagli sfondamenti ferroviari, le vie ricoperte da una fuliggine scura e grassa dispersa da ciminiere e locomotive; il fondo stradale è lordo di feci di centinaia di migliaia di cavalli da trasporto; i canali, inquinati da fogne e residui industriali, sono "piscine stagnanti di abomini", "fluido putrido e nerastro su cui volano milioni d'insetti". Già nel 1791, in un rapporto dei lavori pubblici, la Bièvre (affluente che sbocca nella Senna proprio a Parigi) è descritta come: "un focolaio pestilenziale da cui esalano miasmi mortiferi che il vento dissemina dappertutto nella capitale": è la ragione per cui i fiumi non rientrano nel movimento dell'"urbanismo arcadico", ma anzi il loro destino sarà di essere, ovunque, interrati per sempre. Mentre le città si riempiono di viali, scompaiono canali e soprattutto affluenti dei grandi fiumi (le città sorgono infatti di solito a confluenze).
Fin dalla fine del `700 fetore, sporcizia, miasmi, sovraffollamento della città vengono collegati a dissolutezza, immoralità, riottosità delle classi pericolose. Il sogno della natura s'inserisce nella corrente igienista, nell'ideologia naturista, nella credenza che vivere in un contesto naturale produca più virtù, più stabilità sociale, rapporti umani più sereni. Nel 1865 Ralph Waldo Emerson scrive nel suo Diario: "Non esiste una polizia efficace quanto una buona collina e vasti prati nelle immediate vicinanze di un villaggio dove i ragazzi possano correre e giocare e sfogare le loro energie superflue". Queste idee plasmano il volto delle città, a partire dalla mente degli architetti e degli urbanisti che cominciano a considerarsi quasi demiurghi dell'ordine sociale: strutturando lo spazio sociale, essi ritengono di plasmare anche le relazioni umane, l'assetto produttivo, il ritmo dell'esistenza. Già alla fine del `700 il grande architetto visionario Claude Nicolas Ledoux scrive che "Non c'è uomo sulla terra che non sia suscettibile di essere soccorso da un architetto". Il problema è che legislatori e urbanisti vogliono reimportare nella città non la natura naturale, ma la natura immaginaria dei grandi parchi paesaggistici inglesi. Quel che l'urbanista ottocentesco trapianta in città è non la natura, ma un'idea di natura. Questo slittamento semantico è chiaro nella credenza che il prato abbia effetti benefici sul comportamento umano e quindi nell'importanza spropositata che assume il prato (all'inglese) come simbolo della città verde (il prato è quell'area che nei progetti viene disegnata in verde dalla penna degli architetti). Scrive Isabelle Auricoste che nel `700 i fisiocrati teorizzano già di amalgamare l'idea di campagna e l'idea di natura (che fino ad allora erano ben distinte): "Questo riavvicinamento si traduce assai presto nell'emergere di una nuova forma di giardino in cui la vista al di là del recinto è essa stessa oggetto di una messa in scena (...) Dietro il recinto, c'era una campagna in cui dominava l'allevamento, principale fonte di reddito dei grandi proprietari inglesi. L'allevamento produce grandi distese d'erba rasa, su cui il bestiame si sposta senza sforzi apparenti. Anche il lavoro dei pastori sembra svolgersi senza violenza: fin dall'omicidio di Abele da parte di Caino e dall'Antichità greco-romana, è associato ai miti costumi dei pascoli dell'Arcadia. Definisce la superiorità morale dei pastori sui contadini. L'erba del pascolo rasata dai denti del bestiame il più a filo possibile del terreno possiede un potere evocatore assai forte, testimonia l'armonia dolce tra attività umana e natura. Nel `700 diventa la figura emblematica della società rinnovata, in accordo con le leggi naturali...".
Anche l'albero ha una facoltà redentrice e catartica, sia come frasca sotto la cui ombra riposa il pastorello dell'arcadia, sia come costituente di una natura intonsa (il profondo del bosco): "nei boschi torniamo alla ragione e alla fede", scrive sempre Emerson.
Si delineano così i tre elementi che nell'800 reimportano la natura nella città: viali, grandi parchi, giardinetti pubblici. Il carattere giacobino del trapianto prorompe con il barone George Eugène Haussmann che, con i suoi megasfondamenti e il sistema dei grand boulevards, ha dato alla Ville Lumière il suo volto odierno. Da un lato Haussmann prediligeva le linee rette per i grand boulevards, asservendo le arterie alla loro funzione di supporto della circolazione; dall'altro però nei grandi Bois (di Boulogne a ovest per i ricchi e di Vincennes a est per i proletari), movimentava artificialmente la "natura" con colline, avvallamenti, gole artificiali, fiumicelli (con debiti, romantici ponticelli), laghetti, seguendo l'esempio di Frederick Law Olmsted che aveva progettato il Central Park di New York. Mentre i canali in città vengono interrati, nei parchi si costruiscono laghetti artificiali, equivalente idrico del prato: qui fluttuano cigni, come lì pascolano bovini. Tutte le città avranno il laghetto nel parco in cui affittare una barca a remi, perfino Roma con villa Borghese.
Tra il 1853 e il 1870, nel corso dei lavori in cui metà della città viene rasata al suolo, Haussmann fa piantare 100.000 alberi nei viali parigini, in particolare re-alberando gli Champs Elysées. Nel Bois de Boulogne sono ripiantati 200.000 alberi. Nel 1860 i paesaggisti di Haussmann creano un altro spazio verde popolare, le Buttes-Chaumont, che erano allora un deposito d'immondizie in cave di gesso. In tre anni questa zona malfamata fu trasformata "in una sorta di Svizzera romantica, con costoni, boschetti, una cascata di 32 metri, un fiume, laghi, un ponticello in bilico su una gola, roccioni...".
È bene insistere che questi trapianti di natura nella città, sono inserzioni di verde nella mineralità umana, importazioni di campioni. Parchi e giardini pubblici stanno al vegetale come gli zoo stanno all'animale (la forma sublimata essendo l'orto botanico). L'albero del viale sta alla città come il geranio al balcone dell'appartamento: è un esemplare di idea di natura.
In questo senso, per quanto rivoluzionario, il Movimento Moderno partecipa interamente alla tradizione del naturismo ottocentesco, all'idea che la natura sia pedagogica, ortopedica, benefica. Nel 1943, Le Corbusier scrive in Manières de penser l'urbanisme: "La natura interviene in modo essenziale nella funzione abitare (sole, spazio, verde, e cielo). Ha un ruolo eminente nella funzione coltivare il corpo e lo spirito (siti e paesaggi)...". Solo che per Le Corbusier e i Ciam (Congressi internazionali di architettura moderna), è la nuova tecnologia che permette di reintrodurre il verde nella città senza dilatarla a dismisura: "La conquista dell'altezza porta in sé la soluzione di problemi essenziali posti dall'urbanizzazione delle città moderne, e cioè: rende possibile ristabilire "condizioni di natura" (sole, spazio, verde)". La città che immagina Le Corbusier è la "città giardino" ed è la stessa che vede Aldous Huxley in Brave New World (1932) quando l'elicottero si alza su Londra: "In pochi secondi gli immensi edifici a tetto squadrato non erano altro che funghi geometrici che spuntavano dal verde di parchi e giardini".
I risultati di quest'impostazione sono coerenti con le premesse. Fin dall'inizio quella trapiantata nelle città era una natura messa in scena a sciorinare l'agiatezza, una forma di lusso urbano. Il trapianto di segmenti di natura nella città tenta di riportare nella metropoli il modo di vita suburbano, di fare della città una moltitudine di paesi di campagna. Una volta applicato questo lusso d'aristocrazia campagnola (gentry) ai quartieri popolari dell'hinterland metropolitano, con i loro casermoni, il trapianto è rigettato e si trasforma in campi abbandonati ricoperti di siringhe e immondizie, scanditi da miseri alberelli rinsecchiti, circondati da muri screpolati, finestre rotte e graffiti gravidi di disperazione. Come lo squallido giardinetto di periferia sta ai lussuosi giardini delle piazze private di Londra e New York.
Il fatto è che nell'ultimo secolo la natura ha cambiato significato. La natura di Le Corbusier e dei Ciam era sostanzialmente quella degli Olmsted e degli Haussmann con in più il cemento armato e l'acciaio Bessmer: uno strumento d'ortopedia sociale.
Dopo il `900, appare una diversa incarnazione della natura benefica: ora "la natura, con la sua azione irrepremibile e ingovernabile, sarebbe in grado di correggere gli errori di giudizio umani" (Auricoste), forza primigenia che ribalta intenzioni e progettualità umane attraverso il gioco delle retroazioni, feed-back sistemici, e quindi delle conseguenze inattese. Un esempio ne è l'inurbamento di animali selvatici, come volpi o uccelli rapaci che non trovano più cibo fuori città. O l'idea che la natura "si vendichi" delle violenze subite dall'uomo.
Marco D'Eramo: L'arcadia metropolitana

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