Emiliano Brancaccio: In difesa del debito pubblico
10 Gennaio 2005
"L'invito a sperare è sempre invito a ignorare. Non spera chi conosce". Questo passo di Scrittori e popolo, di un Alberto Asor Rosa di qualche decennio fa, sembra particolarmente adatto per l'avvio di una riflessione critica dedicata all'assemblea promossa dal ‟manifesto” che si terrà il 15 gennaio alla Fiera di Roma. Una piena immersione nel "reale" potrebbe infatti risultare utile per evitare che questo incontro si riduca, come i tanti che lo hanno preceduto, a un'avvilente evocazione di vane speranze. I crudi fatti da cui vale la pena di partire sono questi. Nell'ultimo quarto di secolo abbiamo assistito a una divaricazione senza precedenti nella distribuzione del reddito che ha visto nettamente prevalere i redditi da capitale sui redditi da lavoro. Questo fenomeno si è verificato un po' ovunque, ma nell'Europa continentale e soprattutto in Italia ha assunto dimensioni ancora più rilevanti. Nei principali paesi dell'Europa continentale, la quota di reddito spettante ai capitalisti è passata dal 30% del 1975 a oltre il 40% nel 2001, a scapito della quota spettante ai lavoratori subordinati. Inoltre, le possibili proiezioni sul futuro rivelano che tali quote sembrano essersi incamminate lungo un sentiero cosiddetto "instabile", il che significa che allo stato dei fatti non si riesce a prevedere se e quando si verificherà l'arresto della ormai ultraventennale tendenza alla divaricazione dei redditi. Ma c'è una cosa forse ancora più interessante. Se prendiamo lo scarto tra le retribuzioni dei lavoratori più anziani e le retribuzioni dei più giovani, scopriremo che esso è aumentato in vent'anni del 10-15%. Ed è bene ricordare che le retribuzioni dei più giovani rappresentano il pavimento salariale di domani, il che significa che quel pavimento è destinato a cadere.
Sussistono insomma tutti i presupposti per parlare, nell'attuale fase storica, di una "legge dell'ascesa tendenziale del saggio di profitto". Il concretarsi di questa "legge" trascina con sé tutto il resto. Se guardiamo all'andamento del salario per unità prodotto, assisteremo al degrado delle condizioni di lavoro e alla compressione dei tempi di vita. Se osserviamo il modo in cui la divaricazione dei redditi incide sulla composizione del prodotto sociale, noteremo un aggravamento dell'impatto ambientale, del tutto indifferente alla crescita dei prezzi delle risorse primarie. E se esaminiamo infine il modo in cui si decide oggi sui tassi d'interesse, sui bilanci pubblici o sui contratti collettivi, oppure più prosaicamente diamo un occhio ai disastrati libri contabili dei partiti di sinistra o dei sindacati, potremo toccare con mano l'erosione progressiva dei meccanismi tradizionali della partecipazione democratica. E il tutto avviene, si badi, mentre lo sviluppo delle forze produttive e il relativo sfruttamento del lavoro proseguono inarrestabili, come dimostra il fatto che il prodotto per unità di lavoro cresce ovunque a ritmi straordinari, persino nell'Italia del cosiddetto declino.
Diciamolo con franchezza, dunque: il vento della Storia ci soffia contro, con tutte le sue forze. Continuando di questo passo, gli esperimenti in vitro di capitalismo puro, finora esclusivamente praticati sui più giovani, si estenderanno presto all'intera classe dei lavoratori e degli attuali beneficiari della spesa pubblica. In una situazione del genere, è comprensibile che si cerchi consolazione nella speranza. Così rappresentano del resto la non violenza, il commercio equo e solidale, il reddito sociale e il bilancio partecipato senza un euro da socializzare o su cui partecipare, e gli appelli generici all'abbattimento della crescita o all'unità delle sinistre quale fine in se stesso, se non mere evocazioni speranzose, nel senso remoto eppure attualissimo denunciato da Asor Rosa negli anni Sessanta? Eppure oggi si potrebbe fare qualcosa di più concreto. Per cominciare ci si potrebbe porre il seguente interrogativo: in una fase in cui la Storia ci rema prepotentemente contro, si può mai pretendere di ambire anche solo alla realizzazione di un qualsiasi progetto riformista "alto", senza al tempo stesso prendere atto della necessità di uno shock, di una soluzione di continuità, insomma di un atto che non sarebbe affatto azzardato definire "rivoluzionario"?
La rivoluzione di cui parlo è presto detta. Per tutta la seconda metà del Novecento abbiamo nutrito nei confronti delle istituzioni politiche un rispetto e talvolta una deferenza assoluti, che derivavano dalla consapevolezza che in tutta Europa le istituzioni rappresentavano il frutto di un gigantesco sforzo di ricostruzione postbellica, sotto l'egida di un virtuoso compromesso antifascista. La deferenza veniva oltretutto accresciuta dal fatto che, date le condizioni di produzione e la prossimità al pieno impiego, il vento della Storia pareva favorire lo sviluppo e la progressiva emancipazione anche delle classi subalterne. Oggi però, la situazione è totalmente ribaltata. Le costituzioni formali e materiali seguono il corso della Storia, si trasformano in base ai nuovi rapporti di forza. Tutto si muove e degenera, mentre gli eredi della tradizione operaia e comunista appaiono come paralizzati dalla incapacità di aggiornare il "senso dello Stato" di un tempo. Come si fa a non comprendere che invece è solo attraverso un comportamento più spregiudicato verso le istituzioni, e in particolare verso le istituzioni europee, che si può forse tornare a "riunificare la classe in sé" attorno a un preciso disegno politico, a un'idea del futuro? Si è detto che l'assemblea del 15 costituirà un'occasione di confronto tra partiti e movimenti. È necessario che questo confronto si concretizzi in un impegno, da parte dei primi, ad aprire tutti i varchi istituzionali possibili alle spinte dal basso sui salari e sulla spesa sociale. Tuttavia, per rivitalizzare l'azione dei movimenti, e soprattutto per liberarli dalle risibili pseudo-ideologie "post-socialiste" e "antipolitiche", è necessario un segnale, una parola d'ordine: "il debito pubblico non va abbattuto", proposta dal sottoscritto e da Riccardo Realfonzo su ‟Liberazione” del 22 novembre scorso, rappresenta a nostro avviso la migliore combinazione oggi possibile tra l'ambizione alla costruzione razionale dell'Europa sociale di cui finora si è soltanto parlato e i risicati margini di manovra politica di cui attualmente dispone la sinistra. L'alternativa è che si lasci alla destra il monopolio della trasformazione istituzionale, a partire dall'impianto di Maastricht. Una eventualità che potrebbe segnare la nostra messa da requiem: il primo che sfonda il vincolo produrrà infatti un impatto gigantesco sulla distribuzione e sulla composizione e del prodotto sociale, con buona pace, tra gli altri, degli ambientalisti e dei fautori di una ripresa dei consumi collettivi.
Sussistono insomma tutti i presupposti per parlare, nell'attuale fase storica, di una "legge dell'ascesa tendenziale del saggio di profitto". Il concretarsi di questa "legge" trascina con sé tutto il resto. Se guardiamo all'andamento del salario per unità prodotto, assisteremo al degrado delle condizioni di lavoro e alla compressione dei tempi di vita. Se osserviamo il modo in cui la divaricazione dei redditi incide sulla composizione del prodotto sociale, noteremo un aggravamento dell'impatto ambientale, del tutto indifferente alla crescita dei prezzi delle risorse primarie. E se esaminiamo infine il modo in cui si decide oggi sui tassi d'interesse, sui bilanci pubblici o sui contratti collettivi, oppure più prosaicamente diamo un occhio ai disastrati libri contabili dei partiti di sinistra o dei sindacati, potremo toccare con mano l'erosione progressiva dei meccanismi tradizionali della partecipazione democratica. E il tutto avviene, si badi, mentre lo sviluppo delle forze produttive e il relativo sfruttamento del lavoro proseguono inarrestabili, come dimostra il fatto che il prodotto per unità di lavoro cresce ovunque a ritmi straordinari, persino nell'Italia del cosiddetto declino.
Diciamolo con franchezza, dunque: il vento della Storia ci soffia contro, con tutte le sue forze. Continuando di questo passo, gli esperimenti in vitro di capitalismo puro, finora esclusivamente praticati sui più giovani, si estenderanno presto all'intera classe dei lavoratori e degli attuali beneficiari della spesa pubblica. In una situazione del genere, è comprensibile che si cerchi consolazione nella speranza. Così rappresentano del resto la non violenza, il commercio equo e solidale, il reddito sociale e il bilancio partecipato senza un euro da socializzare o su cui partecipare, e gli appelli generici all'abbattimento della crescita o all'unità delle sinistre quale fine in se stesso, se non mere evocazioni speranzose, nel senso remoto eppure attualissimo denunciato da Asor Rosa negli anni Sessanta? Eppure oggi si potrebbe fare qualcosa di più concreto. Per cominciare ci si potrebbe porre il seguente interrogativo: in una fase in cui la Storia ci rema prepotentemente contro, si può mai pretendere di ambire anche solo alla realizzazione di un qualsiasi progetto riformista "alto", senza al tempo stesso prendere atto della necessità di uno shock, di una soluzione di continuità, insomma di un atto che non sarebbe affatto azzardato definire "rivoluzionario"?
La rivoluzione di cui parlo è presto detta. Per tutta la seconda metà del Novecento abbiamo nutrito nei confronti delle istituzioni politiche un rispetto e talvolta una deferenza assoluti, che derivavano dalla consapevolezza che in tutta Europa le istituzioni rappresentavano il frutto di un gigantesco sforzo di ricostruzione postbellica, sotto l'egida di un virtuoso compromesso antifascista. La deferenza veniva oltretutto accresciuta dal fatto che, date le condizioni di produzione e la prossimità al pieno impiego, il vento della Storia pareva favorire lo sviluppo e la progressiva emancipazione anche delle classi subalterne. Oggi però, la situazione è totalmente ribaltata. Le costituzioni formali e materiali seguono il corso della Storia, si trasformano in base ai nuovi rapporti di forza. Tutto si muove e degenera, mentre gli eredi della tradizione operaia e comunista appaiono come paralizzati dalla incapacità di aggiornare il "senso dello Stato" di un tempo. Come si fa a non comprendere che invece è solo attraverso un comportamento più spregiudicato verso le istituzioni, e in particolare verso le istituzioni europee, che si può forse tornare a "riunificare la classe in sé" attorno a un preciso disegno politico, a un'idea del futuro? Si è detto che l'assemblea del 15 costituirà un'occasione di confronto tra partiti e movimenti. È necessario che questo confronto si concretizzi in un impegno, da parte dei primi, ad aprire tutti i varchi istituzionali possibili alle spinte dal basso sui salari e sulla spesa sociale. Tuttavia, per rivitalizzare l'azione dei movimenti, e soprattutto per liberarli dalle risibili pseudo-ideologie "post-socialiste" e "antipolitiche", è necessario un segnale, una parola d'ordine: "il debito pubblico non va abbattuto", proposta dal sottoscritto e da Riccardo Realfonzo su ‟Liberazione” del 22 novembre scorso, rappresenta a nostro avviso la migliore combinazione oggi possibile tra l'ambizione alla costruzione razionale dell'Europa sociale di cui finora si è soltanto parlato e i risicati margini di manovra politica di cui attualmente dispone la sinistra. L'alternativa è che si lasci alla destra il monopolio della trasformazione istituzionale, a partire dall'impianto di Maastricht. Una eventualità che potrebbe segnare la nostra messa da requiem: il primo che sfonda il vincolo produrrà infatti un impatto gigantesco sulla distribuzione e sulla composizione e del prodotto sociale, con buona pace, tra gli altri, degli ambientalisti e dei fautori di una ripresa dei consumi collettivi.
Emiliano Brancaccio
Emiliano Brancaccio è docente di economia politica presso l’Università Federico II di Napoli. Innovatore critico degli studi marxisti, è stato protagonista di celebri dibattiti con esponenti di vertice della teoria e …