Livio Pepino: Giustizia, l'idea debole della riforma
12 Luglio 2007
Gli scioperi dei giudici negli ultimi vent'anni si contano sulle dita di una mano. La proclamazione da parte dell'Associazione nazionale magistrati di una ulteriore astensione dalle udienze per il prossimo 20 luglio non è, dunque, un fatto di routine e pone alcune domande obbligate. Che succede nel sistema giustizia? Sono i magistrati ad opporsi in modo indiscriminato ad ogni cambiamento per ragioni corporative o per comodità personale?
Oppure è la politica (indipendentemente dalle maggioranze contingenti) a disinteressarsi del funzionamento della giustizia e a cercare di mettere un bavaglio a giudici e pubblici ministeri?
Per fare un po' di chiarezza occorre partire dai fatti. Negli ultimi sei anni non c'è stato alcun intervento legislativo che abbia inciso positivamente sui tempi e sulla qualità della giustizia. Se la scorsa legislatura ha visto un rincorrersi di iniziative di disarticolazione del sistema e una progressiva diminuzione di risorse destinate alla giustizia, il primo scorcio della nuova è trascorso all'insegna della più deludente calma piatta (scalfita esclusivamente da qualche promessa e dalla presentazione di alcuni progetti rimasti rigorosamente tali).
La sola questione all'ordine del giorno è stata quella dell'ordinamento giudiziario, cioè dello status dei magistrati. In altri termini,da sei anni non ci si occupa di far funzionare la giustizia ma solo di rivedere le modalità di accesso in magistratura e le valutazioni, i controlli, la carriera di giudici e pubblici ministeri. Non è, per i cittadini (i cosiddetti «utenti» della giustizia), la miglior cosa, ma passi. Ciò che preoccupa ancor di più è come ciò è stato fatto.
Nella scorsa legislatura la maggioranza di centro destra ha approvato la «riforma Castelli», tesa a riportare la magistratura nella sfera di controllo dell'esecutivo attraverso una organizzazione gerarchica e burocratica e la limitazione degli spazi di libertà e indipendenza di giudici e pubblici ministeri (ridotti sostanzialmente a funzionari). Una parte di quella «riforma» è ormai in vigore. L'operatività della parte residua è stata, dalla maggioranza di centro sinistra, sospesa fino al 31 luglio prossimo, data entro la quale dovrebbe essere approvato un nuovo testo. A venti giorni da tale termine il ddl di modifica non è, peraltro, stato approvato né dal Senato né dalla Camera e nella discussione parlamentare si susseguono interventi peggiorati del testo originariamente in discussione. Certo viene abolito - ed è cosa di grande rilievo - quel veicolo di conformazione dei giudici che era il sistema dei concorsi per la progressione in carriera voluto dal guardasigilli padano, ma l'organizzazione gerarchica delle Procure non viene toccata, la temporaneità dei capi degli uffici è ridotta a mera apparenza, vengono aboliti i controlli di gestione sugli uffici, nella valutazione dei magistrati si inserisce l'esame della «tenuta» dei provvedimenti nei gradi successivi, l'accesso in magistratura reintroduce una selezione per censo, nella formazione dei giudici si inserisce pesantemente il Governo, la (giusta) incompatibilità territoriale nel passaggio dalle funzioni di giudice a quelle di pubblico ministero viene estesa oltre i limiti della razionalità e via seguitando.
Tutto questo vale uno sciopero? Io credo di sì. Certo, in ogni caso, vale una riflessione non solo sulla debolezza della maggioranza ma anche - se non si vuole che quella debolezza diventi un alibi - sul sempre più evidente venir meno nella sinistra (in quella moderata come in quella radicale) di un'idea forte e innovativa sulla giustizia e sul ruolo dei giudici.
Oppure è la politica (indipendentemente dalle maggioranze contingenti) a disinteressarsi del funzionamento della giustizia e a cercare di mettere un bavaglio a giudici e pubblici ministeri?
Per fare un po' di chiarezza occorre partire dai fatti. Negli ultimi sei anni non c'è stato alcun intervento legislativo che abbia inciso positivamente sui tempi e sulla qualità della giustizia. Se la scorsa legislatura ha visto un rincorrersi di iniziative di disarticolazione del sistema e una progressiva diminuzione di risorse destinate alla giustizia, il primo scorcio della nuova è trascorso all'insegna della più deludente calma piatta (scalfita esclusivamente da qualche promessa e dalla presentazione di alcuni progetti rimasti rigorosamente tali).
La sola questione all'ordine del giorno è stata quella dell'ordinamento giudiziario, cioè dello status dei magistrati. In altri termini,da sei anni non ci si occupa di far funzionare la giustizia ma solo di rivedere le modalità di accesso in magistratura e le valutazioni, i controlli, la carriera di giudici e pubblici ministeri. Non è, per i cittadini (i cosiddetti «utenti» della giustizia), la miglior cosa, ma passi. Ciò che preoccupa ancor di più è come ciò è stato fatto.
Nella scorsa legislatura la maggioranza di centro destra ha approvato la «riforma Castelli», tesa a riportare la magistratura nella sfera di controllo dell'esecutivo attraverso una organizzazione gerarchica e burocratica e la limitazione degli spazi di libertà e indipendenza di giudici e pubblici ministeri (ridotti sostanzialmente a funzionari). Una parte di quella «riforma» è ormai in vigore. L'operatività della parte residua è stata, dalla maggioranza di centro sinistra, sospesa fino al 31 luglio prossimo, data entro la quale dovrebbe essere approvato un nuovo testo. A venti giorni da tale termine il ddl di modifica non è, peraltro, stato approvato né dal Senato né dalla Camera e nella discussione parlamentare si susseguono interventi peggiorati del testo originariamente in discussione. Certo viene abolito - ed è cosa di grande rilievo - quel veicolo di conformazione dei giudici che era il sistema dei concorsi per la progressione in carriera voluto dal guardasigilli padano, ma l'organizzazione gerarchica delle Procure non viene toccata, la temporaneità dei capi degli uffici è ridotta a mera apparenza, vengono aboliti i controlli di gestione sugli uffici, nella valutazione dei magistrati si inserisce l'esame della «tenuta» dei provvedimenti nei gradi successivi, l'accesso in magistratura reintroduce una selezione per censo, nella formazione dei giudici si inserisce pesantemente il Governo, la (giusta) incompatibilità territoriale nel passaggio dalle funzioni di giudice a quelle di pubblico ministero viene estesa oltre i limiti della razionalità e via seguitando.
Tutto questo vale uno sciopero? Io credo di sì. Certo, in ogni caso, vale una riflessione non solo sulla debolezza della maggioranza ma anche - se non si vuole che quella debolezza diventi un alibi - sul sempre più evidente venir meno nella sinistra (in quella moderata come in quella radicale) di un'idea forte e innovativa sulla giustizia e sul ruolo dei giudici.
Livio Pepino
Livio Pepino è Sostituto Procuratore generale a Torino; dal 1991 al 1996 è stato segretario nazionale di Magistratura democratica; è direttore di ‟Questione giustizia” e condirettore di ‟Narcomafie”.